A dire la verità solo una delle specie che illustreremo è chiamata volgarmente “margherita di mare”, le altre hanno nomi volgari diversi, ma la loro forma ricorda vagamente piccoli fiori o infiorescenze.

Questi organismi animali sono in realtà polipi singoli o riuniti in colonie ed in quest’ultimo caso, come accade nelle gorgonie, cnidari anch’esse, formano organismi complessi. Nel disegno della pagina è raffigurato un polipo per osservare in grandi linee la sua struttura interna.

Gli cnidari possono avere aspetto di polipo o di medusa. In entrambi i casi, come si vede nel disegno che mostra un polipo, si tratta di organismi molto semplici.

Prima di ingenerare confusione diremo che le “margherite di mare”, quelle vere, sono zoantinari e mostrano polipi riuniti in colonie, solitamente incrostanti e muniti di un sottile scheletro esterno non di propria produzione, ma formato da corpi estranei come le spicole calcaree dei poriferi. Non possiedono quindi uno scheletro rigido interno e per ergersi  si “arrangiano” rivestendo le rocce o spesso altri organismi. Le “margherite di mare” hanno un “debole” per le spugne del genere Axinella e le usano spesso come supporti senza dar loro, almeno apparentemente, troppo fastidio.  Sovente le colonie possono contare un gran numero di individui, collegati tra loro tramite un tessuto che alla base ricopre rocce o substrati viventi. I piccoli polipi gialli o aranciati mostrano sino a 36 sottili tentacoli intorno al disco al centro del quale si apre la bocca dell’animale. Le “margherite” possono vivere anche in anfratti  vicino alla superficie, ma spesso  colonizzano fondali profondi

Le margherite di mare (Parazoanthus axinellae) – foto L. Capurro.

I polipi del “falso corallo nero”, del tutto simili alle margherite, sono capaci di salire ancora più in alto e quando capita si fissano sui rami delle gorgonie morte dando origine a spettacolari colonie dai grossi polipi giallo vivo.

Falso corallo nero (Savalia savaglia)- foto V. Liguori.

Simili agli zoantinari, i madreporari  possono mostrare, a seconda della specie, polipi solitari o formare colonie.  L’aspetto dei “solitari” è simile a quello di un attinia, mentre i “coloniali” mostrano  strutture incrostanti o semisferiche.  Con il tempo questi animali sono capaci di trasformare il disco pedale (quello che si trova alla base dell’animale) in una struttura calcarea che li fissa al substrato e si inspessisce gradualmente a formare un robusto scheletro interno. Rispetto ai precedenti si tratta di una differenza sostanziale perché questi organismi creano nuovo substrato aderente alle rocce, che permane anche dopo la loro morte. Sono quindi tra i componenti fondamentali della biocenosi coralligena, dove esistono due grandi gruppi di organismi: i costruttori, che comprendono le madrepore e le alghe calcaree, e i demolitori, che aggrediscono scheletri e rocce e sono rappresentati da poriferi e molluschi perforatori, nonché da organismi raschiatori come i ricci.

La madrepora gialla è estremamente diffusa nei fondali rocciosi e somiglia molto alla “margherita di mare”. La differenza immediata e che la madrepora forma gruppi  molto grandi dove però gli individui sono solitari anche se talvolta possono svilupparsi su scheletri di individui morti della stessa specie,  fondendosi spesso con essi  e originando grosse e spesse strutture minerali che fanno crescere gli strati del coralligeno.
Questi animali raggiungono altissime densità per metro quadrato  e si osservano spesso  colonizzare pareti verticali dalle quali possono distaccarsi facilmente se scontrati. Talvolta, infatti, in aree soggette ad attività antropiche, si ritrovano molti scheletri di questi cnidari alla base delle rocce sulle quali vivevano.
Queste madrepore raggiungono un’altezza massima di 6 -7 centimetri e possiedono brevi tentacoli, quasi trasparenti e urticanti, con i quali catturano piccoli organismi planctonici. Sono animali tipici degli ambienti rocciosi bui, da qualche metro di profondità (più rari) sino a 50 – 60 metri.

Madrepora gialla (Leptopsammia pruvoti) – foto L. Capurro.

Esiste un altro madreporario molto bello, la cui presenza non è ancora certa nei fondali del Promontorio di Portofino, anche se esistono segnalazioni in merito, che invece prospera ed è diffuso nelle acque più calde del Sud Italia. In queste zone forma,  entro i 10 metri di profondità, splendidi paesaggi sottomarini  che fanno somigliare i fondali a prati fioriti. Si tratta della madrepora arancione, una forma coloniale dai polipi con aspetto molto simile a quelli della madrepora gialla. In ogni caso esistono anche colonie dai colori meno accesi e tendenti al giallo.  Sembra che questa madrepora, a seconda della profondità alla quale si sviluppa, mostri aspetto differente. In superficie forma strutture incrostanti con i calici dei polipi a sezione poligonale, mentre più in profondità forma colonie lievemente elevate, con forma a cespo, sulle quali sembrano impiantati i vistosi polipi.

Madrepora arancione (Astroides calycularis) – foto R. Pronzato.

Ma non tutte le madrepore sono appariscenti e ve ne sono alcune, come quelle a cuscino, che per i loro colori smorti possono passare inosservate.  Queste madrepore  formano colonie arrotondate o allungate anche molto grandi (50 cm di diametro) dove ogni polipo rimane ben evidente con la sua corona di tentacoli giallo – bruni. Il colore delle colonie è spesso in funzione della presenza, nei tessuti della colonia stessa, di alghe unicellulari. Come le specie già citate anche questi organismi si cibano di particelle alimentari catturate dai polipi  attraverso i loro tentacoli, o sfruttando, comunque in piccola parte, anche sostanze che vengono  prodotte dalle  alghe simbionti.
Le madrepore a cuscino vivono generalmente a  basse profondità,  soprattutto  tra gli scogli ricoperti dalle alghe fotofile,  più raramente  a profondità rilevanti (oltre i 100 metri) dove la simbiosi con le alghe può venir meno. La crescita dei polipi  è piuttosto lenta e la colonia può essere molto longeva, superando i 50 anni di età. Si tratta di una specie particolarmente sensibile al riscaldamento delle acque di superficie, infatti, durante i periodi  estivi eccessivamente caldi, con poco o nullo rimescolamento delle acque dovuto a limitati moti del mare, si sono verificate estese morie di queste madrepore, rimaste sul fondale con i loro scheletri biancastri. Sono comunque le grandi colonie a dover sopportare i danni maggiori, mentre le piccole colonie riescono spesso a riprendersi.

Madrepora a cuscino (Cladocora caespitosa) – foto E. Monaci.

Tra le tante madrepore solitarie, dai colori smorti e di difficile determinazione, vale la pena citare una specie facilmente riconoscibile per la sua forma a sezione spesso  ovale e allungata. Si tratta della madrepora molare, dal  colore bruno o giallastro aranciato, con uno scheletro calcareo fissato al substrato ed un bordo superiore irregolare. Per la caratteristica di ospitare nei tessuti alghe unicellulari simbionti (organismo zooxantellato), che tra l’altro favoriscono la costruzione dello scheletro calcareo, ha necessità di vivere in ambienti luminosi e quindi si osserva spesso  vicino alla superficie o comunque nell’ambiente delle alghe fotofile, in compagnia delle madrepore a cuscino.

Madrepora molare (Balanophyllia europaea) – foto L. Capurro.