Ánemos è una  parola greca che significa vento o soffio.  Per essa sembra esistere una correlazione, almeno relativa alla radice del termine, con la parola anima, intesa come soffio vitale di un essere vivente.  Anche la parola animale, dalla derivazione comune alla precedente, che significa in grandi linee “essere che respira”, è pure  legata al movimento dell’aria (respirazione).

Secondo la mitologia greca, Ánemos era anche il nome di una ninfa molto bella, nome italianizzato proprio in Anemone, che viveva  alla corte di Chloris, la dea dei fiori. La sua bellezza non poteva passare inosservata e così venne notata da Zefiro (leggero vento primaverile) e da Borea (freddo vento settentrionale). I due si innamorarono, rivaleggiando tra loro e scatenando per questo terribili tempeste, ma anche l’ira di Chloris che, gelosa delle loro attenzioni nei confronti della ninfa, con un incantesimo legò per sempre i due ad Anemone. Così la ninfa venne trasformata in un fiore, che si sarebbe schiuso alle calde carezze di Zefiro e che avrebbe disperso i petali nei freddi soffi di Borea.

Questa bella storia trasmette l’essenza di molti anemoni, fiori molto belli ma estremamente fragili, con corolle che durano poco e che, soprattutto in alcune specie, perdono facilmente alcuni petali, sotto le sferzate degli ultimi venti freddi primaverili.

Gli anemoni sono piante perenni che si sviluppano da una parte sotterranea costituita da radici ingrossate (rizotuberi) o rizomatose.  Si tratta di piante discretamente velenose, che contengono una sostanza irritante, protoanemonina, che si altera, divenendo innocua, nella pianta essiccata.

Gran parte delle specie di anemoni si sviluppa in ambiente boschivo, soprattutto nei boschi misti freschi e ombrosi di carpino nero o, in Appennino, anche in quelli di faggio. Tra esse l’anemone epatica è la più graziosa e mostra piccoli fiori dalle corolle blu-viola intenso.  La classificazione di questa specie è ancor oggi in discussione. Nel settecento venne classificata da Linneo con il nome di Polyandria polygynia, sostituito dallo stesso scienziato con Anemone hepatica.  Oggi la specie viene classificata in un genere a parte, come Hepatica nobilis, ma recenti studi di filogenetica fanno riconsiderare l’ipotesi di reinserirla nel genere Anemone.  Le belle foglie di quest’anemone permangono anche nella stagione fredda, sono trilobate e mostrano la pagina superiore verde lucido e quella inferiore rosso violetta.  Il particolare colore e la forma a tre lobi fanno vagamente somigliare queste foglie al fegato umano, una caratteristica che giustifica i nomi scientifici della pianta, nonché un uso nella medicina popolare in quanto la si riteneva un  rimedio contro le malattie epatiche. I fiori sono inconfondibili e le corolle si ergono al massimo una decina di centimetri  sopra le foglie, contribuendo all’eleganza di questa bella pianta.

Anemone epatica (Hepatica nobilis).

Due anemoni molto simili, in primavera, tappezzano letteralmente il terreno nei boschi misti e nei castagneti. Si tratta dell’anemone dei boschi e dell’anemone trifogliata.  Il primo mostra foglie interamente suddivise in 3-5 segmenti, irregolarmente e, talvolta, profondamente seghettati, mentre il secondo mostra foglie interamente suddivise in tre segmenti debolmente seghettati. Con un po’ di attenzione si distinguono anche i fiori;  bianchi con gli stami gialli nell’anemone dei boschi e interamente bianchi nell’anemone trifogliata. In quest’ultimo, poi, la caratteristica di perdere i petali precocemente e dopo un soffio di vento è più spiccata che in altre specie.

Anemone dei boschi (Anemone nemorosa).

Anemone trifogliata (Anemone trifolia).

Tra fine ottocento ed inizi novecento, gli anemoni erano considerati fiori di gran pregio e venivano coltivati diffusamente a scopo commerciale e ornamentale. Ad essere apprezzati erano  gli “anemoni dei fiorai”, spesso ibridi e comunque derivati da una specie spontanea e originaria del Medio Oriente, chiamata Anemone coronaria.  Oggi questi anemoni vengono comunque coltivati e venduti dai fiorai ed hanno ormai da tempo ridotto i loro “caratteri” naturali.

L’Anemone coronaria ha una storia strana perché ormai è da considerarsi una specie spontanea anche in altre aree mediterranee, comprese molte regioni italiane tra le quali la Liguria (Ponente).  E’ probabile che la bellezza di questo fiore ed il facile trasporto delle sue piccole radici tuberizzate ne abbiano favorito la coltivazione in Italia, a scopo ornamentale, da parte di antiche popolazioni. Sembra infatti che già gli Etruschi coltivassero questa pianta. L’anemone, quindi, sfuggito alle coltivazioni non solo per eventi  casuali ma anche per mutate condizioni storiche, si sarebbe spontaneizzato in molte regioni mediterranee. Le origini mediorientali ritornano in una leggenda secondo la quale  le sue corolle scarlatte sarebbero spuntate ai piedi della Croce di Cristo, nei punti dove erano cadute le sue gocce di sangue.

Gli esemplari che si trovano in natura fioriscono dall’inverno ad inizio primavera e mostrano bellissime corolle dai colori accesi; rosse, azzurre, violette o anche bianche.  Al centro del fiore si trovano numerosissimi stami di colore scuro o, talvolta, bicolore, con quelli più  interni a tonalità chiare.

Anemone dei fiorai coltivato

Il nostro anemone più tardivo, si fa per dire perché fiorisce generalmente in aprile, somiglia ad una margherita e si sviluppa isolato o in piccoli gruppi nei nostri prati. E’ l’anemone stellata. Il colore del fiore di questa specie varia dal violetto al biancastro e gli stami sono generalmente scuri.  Mostra piantine medio basse, con steli  fiorali lunghi ed esili che portano all’apice la corolla.

Anemone stellata (Anemone hortensis).

Nella Val d’Aveto troviamo anche il bellissimo anemone alpino, una specie che cresce sulle vette e mostra le sue corolle bianche non appena la neve inizia a sciogliersi ed il sole a scaldare i fianchi delle montagne.

Anemone alpino (Pulsatilla alpina).

Terminiamo con altre ranuncolacee, anch’esse molto precoci, che compaiono nei boschi spesso prima degli anemoni. Si tratta degli ellebori, comuni ma sovente poco considerati. I loro fiori verdi li rendono piuttosto anonimi. Sono piante velenose che contengono diverse sostanze tossiche pericolose, alcune delle quali sembrano in grado di essere assorbite tramite le pelle. In ogni caso i fiori si possono ammirare, soprattutto quelli dell’elleboro verde, più belli e vistosi rispetto a quelli dell’elleboro puzzolente.

Elleboro verde (Helleborus viridis).

Elleboro puzzolente (Helleborus foetidus).