Si tratta di un tesoro ambientale: un orchidea, vera e propria rarità botanica e simbolo della biodiversità di questo territorio ligure.

Il 2010 è stato l’anno internazionale della biodiversità, una parola, quest’ultima, che sta divenendo sempre più di uso comune.

Per comprendere cosa significhi questo termine vanno fatte alcune considerazioni.

Intanto indica la diversità genetica, garantita dal patrimonio genetico degli organismi, che racchiude in sé enormi potenzialità. Gli esemplari di una stessa specie, che si originano per riproduzione sessuata, hanno caratteristiche diverse tra loro. Talvolta queste differenze non sono così evidenti (per esempio se guardiamo due polpi o due pettirossi ci possono sembrare identici), ma a livello genetico i due organismi sono sempre diversi. La diversità genetica appare evidente soprattutto nelle specie ricche di sottospecie (varietà o razze), le quali si sono originate proprio grazie al “rimescolamento” del patrimonio genetico.

Aspetti diversi dei fiori di ofride dei fuchi (Ophrys holosericea). Nella seconda immagine un fiore della sottospecie “linearis”.

“Biodiversità” indica pure la diversità biologica, rappresentata prevalentemente dalle diverse specie viventi sul nostro pianeta. Gli esemplari di specie differenti hanno diversità spesso evidenti tra loro e caratteristiche uniche.

“Biodiversità” indica inoltre la diversità degli ecosistemi, ognuno dei quali ospita molte specie diverse. Come possiamo osservare sia in terra che in mare “paesaggi” diversi (es: pineta, lecceta, prati, costa, bassi fondali, fondali profondi, ecc..) si alternano frequentemente ed ospitano specie spesso differenti.

L’ecosistema non è solo un “paesaggio”, ma un sistema complesso dove vivono in modo ottimale e in equilibrio organismi che a loro volta, sebbene favoriti dalle condizioni in cui si  vengono a trovare (presenza o assenza di acqua, temperature rigide o calde, esposizione o ombreggiamento, ecc…), contribuiscono a formare lo stesso ecosistema.

In maniera semplicistica, comunque, basta che si estingua una specie o una sottospecie per avere di fatto una perdita di biodiversità. E’ ancora peggio quando viene distrutto un ecosistema, per esempio la foresta tropicale, perché in questo caso si ottiene l’estinzione di un gran numero di specie che non potrebbero adattarsi a vivere altrove.

A dire il vero al giorno d’oggi questa parola viene spesso usata anche quando ci si riferisce a varietà di specie orticole e colturali. Dire che quando si “perdono” antiche varietà di mele o di pere, per esempio a causa dell’abbandono delle attività rurali, si ha una perdita in termini di biodiversità (biodiversità genetica artificiale) può non essere totalmente sbagliato, ma il danno in questi casi è molto più culturale che biologico. Questo perché stiamo parlando di varietà agricole e quindi di sottospecie selezionate dall’uomo, che nulla hanno a che fare con la natura e le sue regole.

Il danno grave è, come si è detto, “perdere” specie viventi che appartengono al mondo naturale, che si possono estinguere sia a livello locale che mondiale. Ciò perché ogni specie ha senso di esistere nel suo ambiente, in quanto rappresenta parte di un sistema che senza di essa viene più o meno squilibrato. Ad esempio se scompare una pianta da fiore, gli insetti troveranno meno cibo (nettare) ma sopravvivranno grazie ad altre piante, ma se dovesse scomparire un grosso predatore come il leone, i grossi erbivori africani aumenterebbero di numero, andando ad incrementare la loro pressione sulle specie vegetali della savana, alcune delle quali potrebbero a loro volta rischiare di scomparire, portando di conseguenza all’estinzione degli stessi erbivori.

A livello locale abbiamo alcuni esempi di scomparsa di specie. Il caso più “appariscente” è rappresentato dalla foca monaca, che è sopravvissuta lungo le coste del Promontorio di Portofino sino ai primi del ‘900. Oggi quest’animale è a rischio estinzione ed è presente nel Mediterraneo e Atlantico con qualche centinaio di esemplari. Per correttezza occorre ancora dire che esistono recenti segnalazioni di una sua sporadica presenza all’Isola del Giglio, ma si tratta di avvistamenti di un esemplare isolato e non di gruppi che potrebbero far pensare ad una ricolonizzazione del vecchio areale della specie.

Un'immagine dell'ultima foca monaca di “Portofino”, imbalsamata e conservata al Museo di Storida Naturale “Doria” di Genova (foto V. Cappanera).

Per identificare le specie “a rischio”, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha stilato alcune liste, chiamate “rosse”, di animali e vegetali. Sul Promontorio di Portofino e nelle acque che lo bagnano possiamo trovare alcune specie di  animali che fanno parte delle liste, talvolta anche comuni, mentre tra i vegetali troviamo ben poche specie presenti: praticamente una soltanto.

Questo potrebbe essere dovuto al fatto che le liste sono state redatte da specialisti i quali hanno fatto valere la propria esperienza scientifica a svantaggio di altri con meno voce in capitolo. Tuttavia le “liste rosse” sono elenchi importanti che possono essere sempre migliorati. Resta il fatto che in esse compare il gabbiano comune, mentre non sono presenti numerose rare orchidee.

Ma torniamo alla nostra specie vegetale “in lista”. Si tratta dell’orchidea patente o aperta (Orchis patens), forse la più bella o sicuramente una delle più belle d’Italia, con infiorescenze dai colori vivaci e fiori dagli straordinari disegni e abbinamenti cromatici. Non è per nulla difficile incontrarla. Da Nozarego alla Crocetta, sin quasi al Passo del Bocco, compare più o meno diffusa ed è  talvolta abbondante.

L'orchidea aperta o patente in fiore.

C’è ora da chiedersi come mai una pianta così diffusa è altrettanto bisognosa di estrema tutela? Il motivo, per chi non lo sapesse, è presto detto: questa specie cresce solo da noi e nei territori del Massiccio dell’Atlante, tra Algeria e Tunisia. Recentemente qualche esemplare affine è stato rinvenuto anche alle Baleari, mentre antiche osservazioni naturalistiche la davano presente nei dintorni di Palermo (sinonimo: Orchis panormitana) dove in ogni caso sarebbe estinta.

La diffusione nel Tigullio e in parte del Genovesato di questa pianta contrasta con la sua assenza in tutte le altre provincie e regioni italiane e ne fa un vero tesoro naturalistico da tutelare e proteggere.

La presenza contemporanea di questa specie in luoghi così distanti trova spiegazione grazie ad una teoria secondo la quale molte specie viventi sarebbero migrate dall’Africa all’Europa in periodi geologici dell’era Cenozoica. Durante questi periodi si verificò l’isolamento del Mediterraneo dall’Atlantico e la forte evaporazione delle acque, abbassando il livello del mare, fece emergere terre che collegarono i due continenti.

Alcuni esemplari di questa orchidea con caratteristiche leggermente diverse sono stati classificati come Orchis ligustica, una specie ancor più rara. Si è trattato in questo caso di una “cantonata” scientifica, perché recenti ricerche sul patrimonio cromosomico hanno chiarito che non si tratta di specie nuova, ma solo di un ibrido tra Orchis patens e Orchis Provincialis (orchidea provenzale). Comunque sempre un bell’esempio di biodiversità.

Resta ancora da dare un consiglio a tutti coloro che possiedono terreni. Queste orchidee, quasi uniche al mondo, ma anche le altre specie della flora ligure (oltre sessanta), non sono solo minacciate dai cinghiali, che possono scavare nel terreno, ma anche dall’abbandono delle campagne, dove rovi e vitalba impediscono lo sviluppo delle piante erbacee, così come, per contrasto, da tagli frequenti e rasoterra dell’erba dei prati e delle fasce, che impediscono a queste piante di svilupparsi e produrre semi.

Dovremmo prendere esempio dai contadini di un tempo, che tagliavano con la falce e quando l’erba era ormai rinsecchita: momento nel quale la stragrande maggioranza delle piante erbacee aveva prodotto semi ed era servita come alimento a numerosi insetti, come i  variopinti lepidotteri (farfalle).